Critica d'arte - Natascia Marinelli

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Dieci, è imperativa la connotazione numerica, i quadri, in mostra, di Natascia. Rigorosamente uguali nelle dimensioni, come a protezione di un astrale fervore, e unidirezionali nel tema: una porta spalancata sulla luce del suo interiore tempo.

All’ombra del bianco niveo, tra le vernici qui la dominante, la totalizzante, un librarsi, figura migrante del suo sentimento, di umbratili spirituali trame. Una per quadro. Dieci, appunto. E quasi sacrali. O, forse, del tutto sacrali. Imbruniti dall’alito di un geloso riserbo, gli occhi sfavillanti confessione.
Le ammanta di una forte identità, nostalgico allietante ribollente, uno sciame, petrosa cuffia, di acrilici colori. Puri, non rigenerati. E, sontuoso paraninfo, le differenzia discreto, quando necessario, per dare più chiara incisività all’ordito delle singolari composizioni, qualche frusciante accento di nero.
Per Natascia il nero estrema frontiera cromatica. Espressione di luce, non annotta. Ed è elegantissimo nel contrappunto quanto spetta, ed efficace nella esplorazione e nella rivelazione del bello.
In specie del suo bello.

Nei dieci quadri la porta non ha oscillato sommessa, non vi sono entrati in volo la quiete e il riposo. Grandi e plastici, invece, in volo con la spatola, che è tutta movimento, i fremiti inconsonanti del proprio connaturato: girali, solide efflorescenze, vortici, tortiglioni. Tumulto, il vessillo. Ed è quasi scommessa che forse mai la quiete e il riposo potranno rientrarvi e trovarvi accoglienza. Soltanto l’ippocastano può rifiorire, una seconda volta.
Nell’autrice l’inquietudine pare essere la voce creativa, il motif stesso, nobile e alto, della sua accesa poesia: il suo paese dell’anima, il suo vero paesaggio, l’unicamente amato, reso con orgogliosa forza e con una limpidezza che è frutto di significante meditata penetrazione di sé. Lungamente. Umanissima e pia.
Cosa privata, transitoria?

Ogni volta che ci si ferma a guardarli, ci si accorge che i dieci quadri non solo un capitale per Natascia, ma, effetto misterioso della comunione della sua poesia, una voce anche per noi, un qualcosa cresciuto con noi, con la nostra anima vera.
Nil sine voce poetae; nil sine voce nobis.

La mano, qualsiasi mano, un tal fiore deve coglierlo così, con il tono suo, sovrano e arcano, consacrazione di respiri non dissolvibili e di segrete modulazioni. È, esso, molto grande. Ma, di soglia in soglia, la cosa non è per niente disperata, resta nella mano. È un incontro vero col Tabor.
Un nome destinato.



Ennio Cerrini







 
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